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Weekly Analysis: 16/2007

Il “Weekly Analysis” (consultabile nell'apposita sezione “Weekly”, presente in home page nella barra delle selezioni, oppure nel menu a tendine sotto la voce “Weekly”) viene pubblicato ogni lunedì per ciascuna area geografica. Le analisi previsionali sui principali e più significativi eventi d'attualità forniscono una panoramica chiara e sintetica sulle varie tematiche delle relazioni internazionali, inerenti fatti appena accaduti e di rilevanza futura.

Equilibri.net (16 aprile 2007)

Angola: lo scandalo Angolagate presagisce possibili contraccolpi per la Francia

Il 6 aprile scorso il giudice francese Philippe Courroye, incaricato delle indagini sullo scandalo “Angolagate”, ha rinviato a giudizio 42 persone, tra cui Jean-Christophe Mitterrand, figlio dell’allora presidente francese François, e gli uomini d’affari francese Pierre Falcone e russo-israelo-francese Arkady Gaydamak. Dalle carte dell’istruttoria, risulta che nell’ambito del traffico illecito che ha violato negli anni ‘90 l’embargo ONU imposto sugli armamenti all’Angola, il presidente angolano José Eduardo Dos Santos abbia ricevuto su un proprio conto bancario lussemburghese 37 milioni di dollari. Ciò nonostante, né Dos Santos né le altre figure di spicco civili e militari angolane sono presenti nella lista degli inquisiti.

Già nel 2001 il presidente angolano aveva messo in guardia la Francia dal perseguire Falcone e il suo socio Gaydamak, che agli occhi di Luanda avevano agito come agenti governativi e dunque non perseguibili nel loro ruolo di intermediari. Ora, è possibile la posizione di Parigi in Angola si faccia concretamente più debole. Di fatto, l’ennesimo sviluppo dello scandalo giunge al culmine di un semestre che ha visto il raffreddarsi delle relazioni tra i due Stati: prima con il mancato rinnovo di alcune concessioni alla Total E&P Angola lo scorso ottobre (la compagnia francese Total è uno degli operatori più presenti sulla piazza angolana ed ha incoros ingenti investimenti nel paese africano), più recentemente con il congelamento de facto della procedura di accreditamento dell’ambasciatore francese presso una insolitamente “schiva” presidenza della Repubblica angolana. La determinazione mostrata in passato da quest’ultima nel sostenere i protagonisti dell’Angolagate presagisce una qualche forma di reazione alla citazione del presidente non tanto tra i violatori dell’embargo quanto tra i personaggi che hanno ricevuto una “commissione” sull’affare, per di più in un Paese estremamente piagato dalla corruzione e con un governo più volte impegnatosi davanti organizzazioni internazionali e cittadini alla “trasparenza”.

Lo zelo con cui Luanda si muove a difesa dei suoi “agenti” ha già colpito gli osservatori nel settembre 2003, quando Falcone venne nominato ambasciatore dell’Angola presso l’UNESCO per conferirgli un’immunità diplomatica utile a blindarne la posizione davanti alle autorità giudiziarie. In vista delle elezioni parlamentari e presidenziali del 2008 e 2009, la risolutezza angolana potrebbe essere maggiore. Se così fosse, questa volta il principale canale di “comunicazione” e pressione a sua disposizione potrebbe essere il petrolio, strumento ora gestibile con maggiore libertà d’azione grazie a una collocazione sullo scacchiere energetico globale di molto rafforzatasi rispetto anche solo pochi anni fa.

Massimiliano Zanghì

Americhe: Cuba e Venezuela chiedono l'estradizione per Luis Posada Carriles

Luis Posada Carriles non sarà liberato, dietro pagamento di una cauzione di 350.000 $, come era stato prospettato la settimana scorsa. L'uomo, un ex agente della Cia, reo di diverse operazioni a sfondo “destabilizzante” durante il regime castrista, è stato riconosciuto colpevole anche per aver posto una bomba sul volo DC8 della Cubana de Aviación, il 6 ottobre 1976, causando la morte di 73 persone. Per questo motivo, tanto Fidel Castro, quanto Hugo Chavez si erano opposti fermamente all'ipotesi di una sua scarcerazione. Questa prospettiva ora sembra essere stata depennata, ma i due Capi di Stato chiedono di più: ora esigono l'estradizione nei rispettivi Paesi del condannato, perché venga processato dai Tribunali delle Nazioni in cui ha agito.

Questa richiesta non è nuova, da anni ormai viene presentata al Governo Statunitense, al punto che dal Palazzo Miraflores era stata posta come una conditio sine qua non per il mantenimento di rapporti diplomatici (Cfr. Stati Uniti: le delicate relazioni con il Venezuela di Chavez). Parimenti non sorprende la veemente retorica con cui da Caracas, in primis, e da La Havana, poi, viene puntato il dito contro l'ormai “consueto” nemico George W. Bush. Il caso, che in effetti tocca maggiormente Cuba, obiettivo principale delle azioni della Cia nel periodo in questione, rinsalda nuovamente l'alleanza tra le due Nazioni, come sempre cementata dalla ferma opposizione alla Casa Bianca, ma costituisce anche un monito per il gigante Nordamericano.

A prescindere dalle ragioni che inducono gli uni a insistere per l'estradizione e gli altri ad attivarsi per la liberazione (sostenuti anche dagli esuli anticastristi di Miami), l'episodio esplica chiaramente come determinate azioni possano lasciare segni morali difficili da cancellare, anche a distanza di oltre 30 anni, al punto da incrinare relazioni diplomatiche già ardue, oltre ad offrire uno spunto di riflessione interessante in merito alle modalità di intervento di uno Stato in territorio straniero.

Lucia Conti

Indonesia: i primi frutti del trattato con l’Australia

Il trattato di sicurezza e cooperazione, firmato alcuni mesi fa dal Presidente indonesiano Yudhoyono e dal Primo ministro australiano Howard, ha prodotto i primi risultati concreti. Nel corso della prima metà del mese di aprile infatti, la collaborazione tra le forze di sicurezza dei due paesi è entrata in vigore allo scopo di prevenire la formazione e la diffusione di cellule armate aderenti al terrorismo islamico transnazionale. Il 3 aprile scorso la Polizia federale Australiana (AFP), in collaborazione con la polizia indonesiana, ha effettuato otto arresti i quali secondo le notizie diffuse da Canberra appartenevano all’organizzazione islamica Jemaah Islamiah (JI). L’operazione si è svolta nell’isola di Java, sotto la sovranità di Jakarta, in virtù di quanto previsto dal trattato in riferimento alla minaccia rappresentata dal terrorismo nel sud-est asiatico: la possibilità di organizzare operazioni congiunte e l’opportunità di condividere tra i rispettivi apparati di intelligence, informazioni altrimenti riservate. Gli arresti sono stati enfatizzati dalle autorità di entrambi i paesi come un duro colpo assestato alla struttura di JI nonché come positivo esempio della cooperazione regionale bilaterale in materia di terrorismo.

Il governo di Canberra ha posto una particolare enfasi sul contrasto al diversificato network del terrorismo asiatico in grado di travalicare le frontiere nazionali e comprendente oltre a JI anche Abu Sayaff (attivo prevalentemente nelle Filippine meridionali) più altre formazioni di minore rilevanza. Gli attentati di Bali nel 2002 e Jakarta nel 2003 e 2004, dimostrano come i cittadini australiani siano minacciati anche se non direttamente all’interno del proprio paese. Questa frammentata situazione risulta difficilmente controllabile e preoccupa non poco l’esecutivo e le forze di sicurezza australiani, i quali temono una diffusione di tali sigle al proprio territorio nazionale con un derivante aumento dell’instabilità e dell’insicurezza. Conseguentemente Howard ha avviato una collaborazione, analoga a quella attiva con Jakarta, con gli Stati Uniti, mantenendo sempre al centro la repressione e prevenzione del terrorismo.

Michele Tempera

Georgia: il nodo dell'Abkhazia provoca nuove tensioni fra Washington e Mosca

L’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite Vitaly Churkin ha lanciato pesanti accuse alle autorità americane, colpevoli di non aver concesso il visto d’ingresso al ministro degli esteri dell’Abkhazia (repubblica georgiana auto-proclamatasi indipendente, ma non riconosciuta). Così facendo esse gli hanno impedito di poter conferire davanti al consiglio di sicurezza chiamato a pronunciarsi sul prolungamento del mandato per gli osservatori ONU in Georgia. Secondo Churkin, sarebbe stato arrecato un grosso danno alla causa dell’indipendenza della regione. Per le autorità di Washington al contrario sarebbe stato lo stesso esponente politico dell’Abkhazia a ritirare la richiesta di visto.

Le accuse principali rivolte a Washington da Mosca riguardano l’introduzione di un doppio standard nell’approccio a diverse situazioni di conflitto. Una questione non nuova nei rapporti russo-americani, a febbraio era stato, infatti, lo stesso Putin a sostenere la necessità dell’adozione di principi universali da applicare sia ai conflitti congelati del Caucaso che al Kosovo. Se, infatti, un'eventuale indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud dalla Georgia è contrastata da Washington, lo stesso non si può dire per l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Il Cremlino, tradizionalmente, sostiene invece le ragioni della Serbia.

Nella visione geostrategica statunitense della vasta area che va dal Mar Adriatico al Mar Caspio attraverso la regione del Mar Nero e del Caucaso meridionale, è ovvio che le questioni nazionali abbiano un significato geopolitico diverso a seconda dei contesti. La questione del Kosovo indeboliva Belgrado, nello scorso decennio, e favoriva l'avanzamento dell'egemonia euro-atlantica in Europa sud-orientale. La questione dell'Abkhazia invece mette a rischio l'integrità della Georgia, paese-chiave per motivi energetici e politico-militari nell'area sud-caucasica, proprio quando Tbilisi è governata da un'amministrazione filo-statunitense che coltiva l'ambizione di integrarsi nella NATO.

Per gli Stati Uniti, però, il tentativo di creare un’analogia tra le due questioni da parte russa è diretto a complicare il dibattito all’interno del consiglio di sicurezza. Il piano Ahtisaari per l’indipendenza del Kosovo si baserebbe, infatti, su condizioni che non potrebbero ripetersi nelle regioni indipendentiste della Georgia. La questione viene ulteriormente complicata dal tentativo georgiano di trovare l’appoggio dell’Unione Europea.

La nuova disputa tra Mosca e Washington giunge in un periodo in cui i rapporti fra i due paesi sono già molto tesi. Lo scontro sull'installazione di uno scudo anti-missile americano in Polonia e Repubblica Ceca è tutt’ora in corso, e la questione dell’Abkhazia rischia ora di bloccare ulteriormente il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite visto il potere di veto di cui dispone Mosca. Un acuirsi della crisi tra Stati Uniti e Russia potrebbe, quindi, avere influenze su altre questioni attualmente sul tavolo del consiglio di sicurezza, come ad esempio il nucleare iraniano.

Felice Di Leo

Iraq: se la Turchia attacca il Kurdistan iracheno

La scorsa settimana ha visto crescere notevolmente la tensione tra il governo di Ankara e le autorità del Kurdistan iracheno. Secondo la Turchia al confine tra il paese e l’Iraq del nord ci sarebbero cinque campi di addestramento della guerriglia curda capaci di ospitare fino a 4.500 terroristi; sulla base di queste informazioni il National Security Council (MGK), il massimo organismo di sicurezza nazionale, ha discusso circa le misure da prendere per fermare le infiltrazioni dei guerriglieri. Inoltre Ankara si è mostrata fortemente contraria al referendum, che dovrebbe svolgersi entro la fine del 2007, riguardante il futuro status di Kirkuk: a tal proposito la Turchia si schiera in difesa della minoranza turcomanna che abita la città, ma in realtà ciò che preoccupa il governo di Erdogan è il possibile rafforzamento del Kurdistan, con l’acquisizione di autonomia anche sul piano economico, nonché un ulteriore incoraggiamento ai gruppi indipendentisti curdi che operano dentro i confini turchi.

Un simile atteggiamento ha scatenato la reazione del leader curdo Barzani il quale ha denunciato le ingerenze indebite delle Turchia negli affari interni del Kurdistan, sostenendo che se Ankara interferisse nella questione di Kirkuk, il Kurdistan farebbe altrettanto con Diyarbakir (il centro dell’irredentismo curdo in Turchia). L’apice della tensione è stato raggiunto quando il capo delle forze armate turche, il generale Yasar Buyukanit, ha dichiarato la necessità di un’operazione militare transfrontaliera contro i ribelli curdi nel nord iracheno. Sia l’Ue che gli Usa hanno invitato Ankara alla prudenza poiché un’azione militare in Kurdistan non farebbe altro che destabilizzare ulteriormente l’Iraq e l’intera regione. Ad ogni modo sarà del fragile governo iracheno il compito di rendere stabile la frontiera turco-irachena, affinché Ankara non attacchi il Kurdistan, azione che molto probabilmente incontrerebbe l’appoggio di Damasco e Teheran, anch’esse preoccupate delle possibili azioni da parte delle minoranze curde stanziate nei due stati.

Donatella Scatamacchia
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