Weekly Analysis: 17/2007
Il “Weekly Analysis” (consultabile nell'apposita sezione “Weekly”, presente in home page nella barra delle selezioni, oppure nel menu a tendine sotto la voce “Weekly”) viene pubblicato ogni lunedì per ciascuna area geografica. Le analisi previsionali sui principali e più significativi eventi d'attualità forniscono una panoramica chiara e sintetica sulle varie tematiche delle relazioni internazionali, inerenti fatti appena accaduti e di rilevanza futura.
Equilibri.net (23 aprile 2007)
Nigeria: prospettive del dopo elezioni
Le elezioni presidenziali si sono svolte nel pieno caos, e il voto è degenerato in situazioni di violenza in diverse parti del paese. I maggiori partiti hanno dichiarato di voler ricorrere in appello al Tribunale Elettorale Nigeriano per far invalidare le elezioni, dal momento che in molti Stati la popolazione non ha avuto la possibilità di votare, e soprattuto le votazioni sono state segnate da violenza, intimidazioni e frodi. Anche l'Unione Europea ha espresso molte perplessità, dichiarando espressa il voto del 21 aprile non può essere considerato credibile, e che i suoi funzionari hanno assistito ad atti di violenza che presagiscono l'intromissione di membri del PdP durante il processo di scrutinio.
Le conseguenze di questa votazione si ripercuoteranno sull'assetto politico interno della Nigeria, che da otto anni, dietro la guida di Olesegun Obasanjo, sta affrontando una delicata fase di transizione istituzionale. La Nigeria è un paese afflitto da guerriglie interne e disordini sociali; le elezioni avrebbero dovuto rappresentare una dimostrazione dei risultati raggiunti dal processo di democratizzazione portato avanti dal Presidente uscente. La possibilità che il processo elettorale venga sospeso e si proceda ad organizzare nuove votazioni potrebbe gettare il Paese nel caos, lasciando spazio alla violenta esplosione di più conflitti da tempo latenti sul piano politico, sociale ed etnico-religioso.
Flavia Perrone
Venezuela: il Primo Vertice Energetico Sudamericano
L’agenda politica dell’incontro è stata dominata dai progetti di Venezuela e Bolivia. L’inizio dei lavori è stato riservato ad una riflessione congiunta sulle risorse energetiche della regione, con l’obiettivo di creare meccanismi atti a destinare una quota dei proventi del commercio dei combustibili alla lotta alla povertà. Inoltre, dietro pressioni venezuelane, la Comunidad Sudamericana de Naciones. ha acquisito la denominazione di Unión Suramericana de Naciones (UNASUR), con una segreteria permanente nella città di Quito. Fra i progetti discussi nel Vertice, risaltano la costruzione dell’ “OPEP del gas”, vale a dire il cartello dei Paesi produttori, il Gran Gasoducto del Sur (Cfr. Americhe: il Gran Gasoducto del Sur e l'interconnessione energetica) e il Banco del Sur (Cfr. Mercosur: quali prospettive per il Banco de Desarrollo?). I negoziatori brasiliani, con un atteggiamento molto pragmatico, hanno fermato una campagna – lanciata dal Venezuela e da Cuba – contro lo sviluppo dei biocombustibili, potenziale minaccia per l’ambiente e per gli approvvigionamenti alimentari. Inoltre, il governo brasiliano ha annunciato la sua contrarietà alla creazione del cartello dei produttori di gas, percepito come una potenziale minaccia alla sua sicurezza energetica.
Nonostante i dissidi su alcuni macroprogetti, il Primo Vertice Sudamericano sull’energia rappresenta un altro passo verso l’integrazione politica sudamericana. Nel medio periodo, il Venezuela cercherà l’approfondimento dell’intesa regionale facendo leva sugli approvvigionamenti energetici. I Paesi che hanno bisogno di maggiore sicurezza in questo settore, specialmente i quattro fondatori del Mercosur, difficilmente potranno sottrarsi al processo in atto.
Roberto Stefanini
Romania: la destituzione di Basescu apre una fase di grave incertezza politico-economica
Secondo la Costituzione, il Presidente sarà sospeso dalle sue funzioni per un periodo di 30 giorni, al termine del quale un referendum popolare deciderà la sua riconferma o destituzione. Seguirebbero entro 3 mesi nuove elezioni presidenziali che Basescu, forte di un ancora largo sostegno popolare (50%) si sente sicuro di vincere. Intanto il suo incarico è stato assunto ad interim dal presidente del Senato, Nicolae Vacariou, uomo vicino a Tariceanu. I sostenitori dell’ex Presidente gridano al complotto: il suo impegno nella lotta alla corruzione e nella riforma della giustizia starebbero dando troppo “fastidio” a molti avversari politici, che contano in questo modo di toglierlo dalla scena. Con lui potrebbero però sfumare anche molte delle ambizioni che la Romania coltiva e che il solo ingresso formale nella UE non basta a garantire.
La crisi coinvolge più fronti. Gli USA temono la perdita di un prezioso alleato, dal momento che il nuovo governo Tariceanu promette di ritirare le truppe dall’Iraq entro l’anno. Il mondo degli affari vede nell’instabilità politica una minaccia alla sicurezza degli investimenti, che nel 2007 sono previsti già in forte calo rispetto al 2006. Bruxelles, che invierà a giorni i propri esperti a Bucarest, teme un rallentamento nel processo di riforme e minaccia l’applicazione della clausola di salvaguardia col conseguente stop ai miliardi di Euro di fondi strutturali già promessi. In questo vuoto trovano inoltre spazio partiti nazionalisti vecchi e nuovi le cui istanze sono in contraddizione aperta con i valori che la UE vorrebbe vedere affermati. Le dimissioni volontarie di Basescu, che potrebbero arrivare nei prossimi giorni, possono ormai solo ridurre i tempi del vuoto istituzionale, ma non evitare alla Romania il periodo di incertezza e instabilità che si sta preparando, e che dovrebbe creare alla classe politica più preoccupazioni di quante Bucarest voglia oggi ammettere.
Elisabetta Sartorel
Prospettive delle elezioni presidenziali turche
Negli ultimi anni, grazie al governo Erdogan il Paese ha raggiunto importanti successi economici. La struttura continua ad essere caratterizzata da una forte presenza del settore agricolo che ultimamente, sulla base di alcune statistiche, è risultato in declino a favore di un costante sviluppo industriale. Il settore dei servizi è in forte espansione soprattutto grazie alla crescita del turismo. La buona salute dell'economia turca è attestata dalla crescita del PIL del 5,5% nel biennio 2004/2005 e del 3,4% nel 2006. In campo energetico la Turchia rappresenta un nodo rilevante per l'approvvigionamento dell'Unione Europea ed allo stesso tempo costituisce un mercato di consumo sempre più esigente. Qui passa un oleodotto che quotidianamente trasporta un milione di litri di petrolio dal Caucaso al Mediterraneo e con la crescita industriale il paese necessita di sempre maggiori afflussi di prodotti petroliferi.
Il 16 maggio, un'eventuale elezione di Erdogan porterebbe sicuramente ad una forte contrapposizione interna tra Parlamento-Presidente ed esercito che si ripercuoterebbe negativamente sui buoni rendimenti economici del Paese. Viceversa, una rinuncia dell'attuale premier spingerebbe la Turchia ad un'ulteriore espansione economica grazie ad una crescente stabilità politica. L'opposizione nazionalista in Parlamento, inoltre, potrebbe accordare sostegno ed appoggio politico in un prossimo futuro alla maggioranza qualora Erdogan rinunciasse alla sua candidatura alle elezioni presidenziali.
Gianfranco Brusaporci
Taiwan: indipendenza per vie indirette?
Prevedibile la risposta della Repubblica Popolare Cinese che, attraverso il portavoce del Ministero degli Affari Esteri Qin Gang, ha reso noto di essere fortemente contraria a questa manovra. Non bisogna dimenticare, peraltro, che l’attuale direttore generale dell’Organizzazione è Margaret Chan, cinese di Hong Kong, eletta al vertice della struttura meno di un anno fa. Allo stato attuale, l’esistenza di Taiwan quale entità giuridicamente esterna alla Repubblica Popolare Cinese (e quindi dotata di propria sovranità) è di difficile immaginazione, nonostante “de facto” si possa anche definire tale. I ripetuti “avvertimenti” provenienti da Pechino, uniti al sostegno della “One China Policy” da parte della stragrande maggioranza della comunità internazionale, rendono sempre improbabile che si possa concretizzare il desiderio di una parte della popolazione taiwanese di uscire da questo particolare Status Quo.
La via delle organizzazioni internazionali è dunque quella maggiormente battuta dagli indipendentisti di Taiwan, nonostante il sogno del presidente uscente Chen Shui-bian sia quello della proclamazione di indipendenza definitiva. Taiwan appare già in molte organizzazioni internazionali, principalmente con la dicitura “Taipei Cinese” e in taluni casi con lo status di semplice membro osservatore o membro associato. La spinta verso lo status di membro permanente e l’uso ufficiale del nome “Taiwan”, potrebbe rappresentare un passo decisivo verso una successiva emancipazione di Taipei da Pechino. La Repubblica Popolare Cinese, però, quasi certamente non si limiterebbe ad osservare tale evoluzione; inoltre, Paesi amici quali Stati Uniti e Giappone, pur essendo ideologicamente più vicini all’isola che non alla Cina continentale, difficilmente sarebbero disposti a rompere uno status quo che, se infranto, potrebbe portare a gravi conseguenze economiche e politiche.
Luca Alfieri



