Weekly Analysis: 18/2007
Il “Weekly Analysis” (consultabile nell'apposita sezione “Weekly”, presente in home page nella barra delle selezioni, oppure nel menu a tendine sotto la voce “Weekly”) viene pubblicato ogni lunedì per ciascuna area geografica. Le analisi previsionali sui principali e più significativi eventi d'attualità forniscono una panoramica chiara e sintetica sulle varie tematiche delle relazioni internazionali, inerenti fatti appena accaduti e di rilevanza futura.
Equilibri.net (07 maggio 2007)
Zimbabwe: un’improbabile soluzione alla crisi nel breve periodo
In seguito all’arresto di Morgan Tsvangirai, il leader del Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC) sottoposto ripetutamente a detenzione senza processo ed a torture, l’Unione Africana (AU) ha definito la crisi dello Zimbabwe, tanto politica quanto economica e sociale, come “imbarazzante” per l’intero continente. La miope condotta intrapresa dal Presidente Mugabe – ne sono eloquenti testimonianze la fallimentare riforma agraria e l’operazione Murambatswina (Cfr. )- ha condotto l’economia nazionale al collasso. Il tasso di disoccupazione reale sfiora l’80% e l’inflazione ha raggiunto quota 2.200%, mentre l’autoritarismo manifestato dal “padre-padrone" dello ZANU-PF non fa che consolidare l’isolamento internazionale di quello che una volta era il paese simbolo nella lotta per l’indipendenza dal colonialismo occidentale. Il rischio attuale è una possibile destabilizzazione regionale, date le concrete potenzialità di questa crisi politica ad oltrepassare i confini fisici dello Zimbabwe e di minacciare economicamente l’intera area australe.
La Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale (SADC), in seguito ai ripetuti scontri tra Forze di Polizia ed attivisti democratici, oltre alla continua repressione delle libertà d’opinione e degli altri diritti fondamentali dell’uomo, ha abbandonato la “quite diplomacy” lungamente adottata nei confronti del “regime” di Harare a favore di una prima timida politica “interventista”. Alla fine di marzo i 14 paesi membri della SADC si sono riuniti a Dar es Salaam, in Tanzania, per proporre una strategia comune e “discutere sulla situazione politica” dello Zimbabwe. A differenza della comunità internazionale, che ha fermamente condannato il regime Mugabe, il vertice straordinario si è tuttavia limitato alla mera richiesta di un dialogo politico, invitando il leader dello ZANU-PF ad accettare la mediazione del Presidente sudafricano Thabo Mbeki, che da diverso tempo auspica un intervento diretto dell’ONU o dell’UA per l’organizzazione di elezioni libere e democratiche supervisionate dalla comunità internazionale.
Considerato l’ennesima candidatura di Mugabe alle presidenziali del 2008, i tentativi dello ZANU-PF di travisare l’interpretazione degli eventi nello Zimbabwe nonché l’assenza di una concreta risposta regionale alla vasta crisi economica e sociale, l’attuale situazione continuerà verosimilmente a deteriorarsi, rischiando di implodere. In assenza di una prevedibile soluzione nel breve periodo - data l’impossibilità dell’MDC e delle frange separatiste dello ZANU-PF di imporsi su Mugabe – è auspicabile un intervento diretto del Sudafrica, tramite iniziative regionali efficaci, e della SADC, conformemente ai suoi principi guida, in una vigorosa azione nei confronti dell’autoritario governo di Harare, possibilmente spinta e sostenuta a livello internazionale.
Massimo Corsini
Stati Uniti: l’incontro con la Siria a margine della conferenza sull’Iraq
Il Segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice ha incontrato giovedì 3 maggio il rappresentante del governo siriano Walid Al-Moallem a margine dei lavori della conferenza internazionale sulla situazione irachena. Il colloquio è il primo contatto diplomatico formale da quando gli Stati Uniti hanno ritirato il proprio ambasciatore a Damasco due anni fa a seguito dell’attentato al premier libanese Rafik Hariri. Durante il breve incontro Condoleezza Rice ha posto come questione centrale della discussione il problema delle infiltrazioni di combattenti siriani e mediorientali in territorio iracheno e ha fatto richiesta formale al Governo di Damasco affinché questo produca un serio e costante impegno nel controllo delle frontiere con l’Iraq. Il rappresentante siriano si è detto certo che ci sarà entro breve una sostanziale diminuzione degli ingressi illegali di combattenti in Iraq e ha chiesto alla rappresentante del Governo americano la riapertura delle relazioni diplomatiche con la Siria e il ritorno di un ambasciatore statunitense a Damasco. Durante l’incontro non è stata discussa la sempre più alta probabilità che la comunità internazionale decida di istituire un tribunale internazionale che indaghi per scoprire e giudicare i colpevoli dell’omicidio Hariri, Capo di Stato libanese, la cui morte è stata attribuita all’intervento dei servizi segreti siriani. Truppe siriane si trovano tuttora in territorio libanese e il Governo di Damasco si è sempre dichiarato estraneo a quanto è successo in Libano nel 2005, negando con forza di aver dato ordine ai servizi segreti di pianificare l’attentato e opponendosi fortemente all’istituzione di un’Alta Corte Internazionale sul caso Hariri. I rapporti tra Stati Uniti e Siria non sembrano ancora essere avviati verso la normalizzazione richiesta da Damasco, anche se questo colloquio può essere considerato un primo parziale riconoscimento statunitense del Governo siriano. La Casa Bianca in una nota ufficiale ha fatto sapere di considerare questo colloquio come un incontro informale e non bilaterale dichiarando inoltre che Washington non cambierà la sua politica verso Damasco, segnale questo che sembra raffreddare non poco le speranze di quanti prevedevano nel breve periodo un riavvicinamento diplomatico tra i due paesi. Simone ComiFilippine: il cruento percorso verso le elezioni amministrative e di medio termine Le Filippine si stanno approssimando all’appuntamento elettorale del 14 maggio, il quale è accompagnato come di consueto dal pesante bilancio di vittime e violenza politica. Il paese è abitualmente percorso da numerosi episodi di intimidazione e da sanguinosi scontri in occasione di ogni tornata elettorale, ad esempio vi sono stati 148 morti nel corso della campagna elettorale per le presidenziali del 2004, e le presenti elezioni non comportano certamente una svolta in senso pacifico del processo di voto. Tra una settimana gli elettori filippini saranno chiamati a nominare 12 senatori, 230 rappresentanti della Camera nonché diversi consigli comunali, sindaci e governatori provinciali, per un totale di circa 17.000 seggi. La aspra e violenta contesa politica in atto a livello locale, ha spinto un numero significativo di candidati facoltosi a formare il proprio esercito personale. Tali formazioni di mercenari e delinquenti comuni vengono assoldate allo scopo di salvaguardare l’incolumità di alcuni aspiranti alle cariche pubbliche, ma anche al fine di eliminare fisicamente i concorrenti ed intimidire la popolazione. A partire dallo scorso gennaio, in tutto il paese si sono verificati 120 episodi di violenza politica ed approssimativamente 50 vittime accertate, le quali comprendono più di dieci candidati e le relative compagini paramilitari che li scortavano. Gli agguati che compongono questo cruento bilancio, sono associabili con certezza alla contesa elettorale in corso ed agli attriti che essa accende all’interno del sistema istituzionale filippino. La Presidente G. M. Arroyo ha disposto misure di sicurezza straordinarie, ricorrendo anche all’esercito nel tentativo di arginare un fenomeno potenzialmente delegittimante per il processo democratico filippino. Tuttavia gli omicidi politici non hanno subito un arresto apprezzabile e l’impotenza dell’esecutivo nel mantenere l’ordine pubblico e le libertà politiche dei cittadini, sembra risaltare al di sopra degli sforzi da esso profusi. In fine è da segnalare, nel rovente contesto politico precedente le elezioni di medio termine, l’attività militare della guerriglia maoista. Essa ha approfittato dei disordini e del clima di violenza attuali per compiere alcuni rapimenti ed omicidi, pur non partecipando direttamente al voto del 14 maggio. Michele Tempera
Francia: Sarkozy punta a rinnovare il ruolo globale di Parigi
Messa al sicuro la vittoria contro la candidata socialista Ségolène Royal, il neo-eletto presidente francese Nicolas Sarkozy ha pronunciato un discorso a caldo di notevole importanza la sera del 6 maggio. Sarkozy ha delineato, seppure in breve, la politica estera francese che intende forgiare. La sua “rottura” nei confronti del neo-gollismo chiracchiano e il suo riavvicinamento a Washington non sono la premessa a un rientro nei ranghi di Parigi, ma bensì la base per un suo più forte ruolo europeo e internazionale.
Sarkozy ha rivelato l'ambizione francese di giocare un ruolo guida nell'area euro-mediterranea. Parigi è l'unico Stato europeo che ha la possibilità di assumere una funzione politico-strategica e culturale di leadership nella regione. A tale scopo, Sarkozy punta su una collocazione risolutamente occidentale di Parigi, abbandonando gli elementi più anti-atlantici della politique arabe di Chirac e Villepin. Presumibilmente, l'Eliseo punterà a riequilibrare la propria posizione nella questione israelo-palestinese e a rinforzare la cooperazione politica e d'intelligence con gli Stati Uniti in Medio Oriente. Al contempo, cercherà di approfondire il dialogo strategico con Spagna, Italia e Grecia.
Roma guarderà con particolare attenzione a queste mosse. Un progetto comune con Parigi, Madrid e Atene per l'Euro-Mediterraneo rappresenterebbe una grande opportunità per governare fenomeni di grande complessità quali immigrazione e integrazione regionale.
Un ostacolo alla nuova politica mediterranea francese potrebbe venire dalla Turchia, se Sarkozy dovesse confermare il proprio rigido ostracismo all'integrazione di Ankara nella UE. Le prime mosse del neo-presidente in campo europeo saranno dunque da monitorare con particolare attenzione.
Sul piano economico, i rapporti all'interno dell'Unione Europea saranno probabilmente influenzati in modo rilevante dall'elezione di Sarkozy. Il nuovo presidente è infatti un partigiano della riforma del rapporto fra politica e Banca Centrale, in funzione della crescita industriale e delle ambizioni globali della Francia e dell'industria europea. E' anche presumibile che si apra presto, nell'UE, un dibattito sull'Euro e sulla sua troppa forza nei confronti di Dollaro e Yen,
Su questi due punti, è molto probabile che il dialogo con Berlino sarà delicato, sebbene Sarkozy potrebbe trovare preziosi alleati fra le élites politiche e industriali di altri paesi europei. Le chances di Parigi di modificare a proprio favore la politica economica europea non sembrano elevate al momento; tuttavia, molto dipenderà dalla capacità diplomatica francese. Non va scordato che Parigi ha detto 'no' alla Costituzione europea anche perché l'UE è percepita al momento come freno alle ambizioni politiche ed economiche francesi, e che tale malaise dell'europeismo francese preoccupa non poco i decisori europei.
Sul piano istituzionale, ci si può aspettare che Sarkozy punti ad arrivare in breve tempo a un nuovo trattato europeo di tipo snello, basato su pochi punti e su un certo pragmatismo volto soprattutto a migliorare il funzionamento della politica continentale.
Sul breve periodo (6-12 mesi) la sfida più grave al nuovo presidente potrebbe però venire dall'interno. Il suo programma di rendere più selettiva l'immigrazione e più dura la lotta contro la criminalità nelle cités provocherà molto probabilmente dei conflitti sociali non facili da gestire. Sarkozy dovrà mostrare fermezza senza cadere nella trappola della repressione brutale, compito non facile e in cui ogni errore potrà essere mediaticamente utilizzato contro di lui.
Inoltre, le iniezioni di liberismo proposte dal neo-presidente, unitamente alla sua dichiarata volontà di snellire il forte apparato burocratico dello Stato francese, non potranno che suscitare forti resistenze da parte di settori a lui ostili e ben radicati. Per Sarkozy non vi è scelta: fare marcia indietro su questi punti significherebbe perdere subito credibilità. L'Eliseo debe quindi prepararsi ad affrontare una fase politico-sociale molto delicata.
Federico Bordonaro
Israele: giorni decisivi per il governo Olmert
Dopo le accuse della commissione Winograd, che indagava sulla gestione della guerra della scorsa estate contro Hezbollah, Olmert e il suo governo sono scesi al minimo storico di popolarità. Già da qualche mese nel Paese cominciavano a farsi sentire forti malcontenti, dallo sciopero degli insegnanti e degli studenti universitari sfociato nelle violenze, alle proteste degli ex coloni di Homesh. Mercoledì scorso 100 mila persone sono scese in piazza chiedendo le dimissioni del Primo Ministro. La grande manifestazione di mercoledì ha messo in evidenza una volta per tutte il malumore diffuso in tutto Israele per la condotta del governo Olmert. Il rapporto Winograd ha sottolineato come l’intervento militare in Libano nell’estate scorsa sia stato deciso senza una chiara pianificazione da parte del Primo Ministro, che non avrebbe preso in considerazione né altre vie d’uscita alla crisi, né le implicazioni che un’escalation avrebbe comportato. L’intervento è stato definito da più parti una “catastrofe”, considerato anche il fatto che si è concluso con un nulla di fatto. In più pesano le accuse di corruzione fatte allo stesso Olmert e al Ministro delle Finanze Hirchson, nonché le insinuazioni di incompetenza che molti avanzano verso il Ministro della Difesa Amir Peretz.
In questa crisi, perfino il Ministro degli Esteri Livni ha chiesto le dimissioni di Olmert. La popolarità del Premier non è mai stata così bassa nella storia del Paese (circa il 2/3%), ma nello stesso tempo Olmert non sembra intenzionato a lasciare. In prospettiva sarà decisivo per il governo l’appoggio del Labor, per il momento ancora capeggiato da Peretz, ma in attesa delle primarie del 28 maggio. Prima di questa data sembra che il partito continuerà ancora ad appoggiare Olmert, per non destabilizzare ancora di più la situazione interna. Una volta ridefiniti gli assetti all’interno del Labor si potrebbe arrivare ad una presa di posizione più netta, che potrebbe portare ad elezioni anticipate. In questo modo il Paese potrebbe uscire dallo stallo attuale.
Stefano Torelli
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