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Weekly Analysis: 19/2007

The ‘Weekly Analysis’ (available in the ‘Weekly’ section of the Equilibri.net home page, or in the pop-up menu) is published every Monday and contains information from each geographical region. The analysis of the principal and most significant events supply a clear and precise view of international relations through examining both actual and future scenarios.

Equilibri.net (15 May 2007)

Repubblica Democratica del Congo: il modello dell’ugandese LRA fa scuola nel Nord Kivu

Nell’ultima settimana una nuova grave ondata di violenze, con morti e migliaia di rifugiati, si è scatenata in prossimità di Goma, nella provincia congolese del Nord Kivu. A condurre una rappresaglia sommaria sono le forze governative, colpite recentemente da una imboscata ribelle contro un ufficiale.

L’area del Nord Kivu è teatro del processo di integrazione tra cinque brigate dell’esercito regolare e le truppe del generale Laurent Nkunda, ex ribelle vicino al Rassemblement Congolais pour la Démocratie – Goma (RCD-Goma) e al governo ruandese. Fattore importante nella pacificazione sul “fronte orientale” è stato certamente il riavvicinamento di Kinshasa con Kigali, all'interno della strategia congiunta contro i ribelli Hutu delle Forces Démocratiques de Libération du Rwanda (FDLR). Negli ultimi quattro mesi i soldati ammutinatisi al comando del generale sono stati progressivamente inquadrati sotto il controllo di Kinshasa, lasciando sperare in una nuova stagione di ristabilimento dell’autorità centrale sulle tormentate province del Kivu. Accanto all’attentato guerrigliero e alla ritorsione generalizzata da parte dell’esercito sono arrivate con tempismo quantomeno sospetto due dichiarazioni che hanno generato preoccupazione e inquietudine: da un lato, la minaccia del generale Nkunda di tornare in clandestinità con i suoi soldati per la presunta incapacità organizzativa e logistica delle autorità militari, dall’altro il comunicato delle FDLR che hanno accusato il Ruanda e il suo “emissario” Nkunda di voler trasformare il Nord e Sud Kivu in un loro Stato fantoccio.

Gli sviluppi dei prossimi giorni saranno determinanti per sancire se l’area ripiomberà una volta di più nel caos. Certo sorprende la concomitanza di numerose dichiarazioni, minacce e violenze nel giro di pochissimi giorni, soprattutto nel quadro di un consolidato ritorno al dialogo tra la RDC e il Ruanda, peraltro in un contesto regionale di rinnovata cooperazione per la sicurezza. Anche per questo, la repentina battuta di arresto nella pacificazione delle province del Kivu, avviata sui giusti binari per porre le basi di una exit strategy dal conflitto, ricorda la pericolosa linea negoziale che gli ormai isolati ribelli del Lord Resistance Army (LRA) hanno adottato con il governo ugandese, spingendosi più volte vicini alla pace (Cfr. Uganda: il nuovo corso del processo di pace ) per poi tirarsi indietro dopo nuove rivendicazioni o a seguito di incidenti.Nella RDC, come in Uganda da ormai dieci mesi, la partita è ancora incerta.

Massimiliano Zanghì

Taiwan: Hsieh e Ma i due candidati per il 2008

L’ex Premier taiwanese Frank Hsieh sarà il candidato del DPP (Partito Democratico Progressista) alle presidenziali del 2008. Hsieh, vincendo con ampio vantaggio le elezioni interne al partito, ha sconfitto i tre avversari diretti per la candidatura: Su Tseng-chang (che ha improvvisamente rassegnato le dimissioni da Premier il 12 maggio scorso), la vicepresidente Annette Lu e Yu Shi-kun, presidente del partito. Secondo lo statuto del DPP, la nomina del candidato avrebbe dovuto seguire due stadi: un’elezione interna (valevole per un 30%) e una successiva elezione popolare (il restante 70%). La vittoria di Hsieh è stata però netta sugli altri candidati, che hanno perciò deciso di comune accordo di ritirarsi dalla competizione e di sorvolare il passaggio popolare. Sul fronte opposto, il caucus del KMT (Kuomintang, il Partito Nazionalista) aveva già nominato Ma Ying-jeou quale concorrente alla poltrona di Presidente, forte dell’immagine positiva che gode tra la popolazione. I problemi giudiziari di Ma potrebbero però interporsi tra lui e la candidatura, a vantaggio del suo probabile “secondo”: l’attuale speaker dello Yuan Legislativo Wang Jin-pyng.

La campagna del 2008 rivestirà un’importanza fondamentale per l’isola. Hsieh e Ma potrebbero entrambi rappresentare il volto nuovo di Taiwan, sebbene abbiano due programmi differenti soprattutto in merito alle turbolenze dello Stretto. Il primo, sostenitore dell’indipendenza come la maggioranza dei membri del DPP, è comunque più pragmatico e meno “sanguigno” dell’attuale Presidente Chen Shui-bian, al suo secondo ed ultimo mandato presidenziale e molte volte vicino allo scontro con la Repubblica Popolare Cinese. L’approccio di Hsieh, apparentemente più incline alla realpolitik, contribuirebbe a rendere meno bollente un clima piuttosto caldo. Il secondo, più orientato verso il mantenimento dello status quo e delle buone relazioni con Pechino, placherebbe ancora di più i venti dello Stretto, seppure a discapito dell’indipendenza de jure agognata da una parte della popolazione. Inoltre, dopo otto anni di Presidenza Chen, potrebbe riportare il KMT sul seggio presidenziale.

Un primo banco di prova si avrà già questa settimana, quando a Ginevra verrà avanzata la decima richiesta di ingresso dell’isola nel WHO (World Health Organisation), per la prima volta con il nome ufficiale di Taiwan; le possibilità di riuscita sono molto basse anche perché, oltre al sicuro “no” di Pechino, gli Stati Uniti hanno criticato la mossa di Chen e rifiutato il sostegno alla candidatura. Pochi, circa una dozzina, sono i Paesi che sostengono attivamente la richiesta; di questi, nessuno ha un grosso peso in ambito internazionale. Simbolicamente, questa è l’ennesima sfida lanciata da Chen a Pechino e i due candidati al prossimo seggio presidenziale dovranno essere in grado di gestire già da ora l’eredità dell’attuale Presidente. La campagna presidenziale si inserirà, inoltre, in un anno solare di importanti appuntamenti politici interni e internazionali: le elezioni del dicembre 2007 per il rinnovo dello Yuan Legislativo, la nomina del nuovo Politburo cinese nell’autunno 2007 e la campagna presidenziale statunitense del 2008. Tre grandi avvenimenti che avranno un notevole impatto sulla gestione politica dell’isola.

Luca Alfieri

Unione Europea: l’arrivo di Sarkozy e la partenza di Blair, quale futuro per il Trattato Costituzionale?

Il 9 maggio l’Unione Europea ha festeggiato i suoi 50 anni. Un bel traguardo, si potrebbe dire. In effetti, l’Unione Europea ha consentito a questo continente di vivere in pace per 50 dopo la fine della II guerra mondiale, di creare un mercato unico europeo, di integrare i paesi dell’ex blocco comunista avvicinandoli ad un’economia di mercato, di creare l’Euro.

Ora i membri UE cercano di affrontare in maniera unita la lotta al terrorismo, le emergenze umanitarie, le questioni ambientali e molte altre sfide dell’ultimo secolo. L’ambizione dell’Unione Europea è stata tale da avanzare l’idea nel 2002 di creare una Costituzione Europea, a coronamento e a rilancio di un’integrazione che non fosse più solamente economica, bensì politica. Un’ambizione che, come è noto, ha trovato l’opposizione di Francia e Olanda: il primo considerato uno dei motori del processo di integrazione insieme alla Germania. Bene, questo compleanno ricorre quando in Europa due eventi politici di chiara importanza sono avvenuti. Tony Blair, dopo dieci anni alla guida della Gran Bretagna, ha annunciato le sue dimissioni attese per il 27 maggio p.v. e Nicolas Sarkozy, risultato vincitore dopo il duello elettorale con la candidata socialista Ségolène Royal, si accinge a salire all’Eliseo, prendendo il posto dell’ultimo Presidente di stampo gollista, Jacques Chirac.

La domanda che l’Europa di pone ora è: come cambierà la politica europea della Francia, cosa bisogna attendersi dalla Gran Bretagna post-Blair e che fine farà il Trattato costituzionale? Gli sforzi della Cancelliera Angela Merkel, che sta tentando di ricucire lo strappo referendario francese e olandese, vanno tutti nel senso di rilanciare il Trattato e di raggiungere un compromesso che renda accettabile un testo più snello, meno impegnativo ma in grado di rappresentare una vra Costituzione per l’Europa. Gli orientamenti francesi invece, ben palesati da Sarkozy durante la sua campagna elettorale, invece, sono tutti rivolti ad un secco rifiuto di un secondo referendum, avvallando invece l’ipotesi di un piccolo trattato che riveda il Trattato Unico Europeo già esistente, adottando quindi delle modifiche che consentano una maggiore funzionalità operativa delle Istituzioni comunitarie, una maggiore integrazione sulla politica ambientale, sull’economia, sulla lotta al terrorismo. E questa proposta francese ha trovato l’appoggio di Blair, che seppure uscente, esprime chiaramente le attese britanniche per il futuro. Una sinergia che potrebbe vanificare gli sforzi tedeschi, ma anche le volontà, come quella italiana, di non abbandonare il Trattato costituzionale, ritenuto necessario per proseguire il processo di integrazione.

Tra le altre cose, una delle questioni che prima o poi torneranno a ricalcare la scena in maniera preponderante sarà quella dell’integrazione della Turchia. Seppure è vero che le questioni elettorali interne turche hanno mandato un pochino in sordina il problema dell’ingresso nell’Unione Europea, tuttavia non si può fare a meno di notare che gli orientamenti francesi spingono tutti verso un’integrazione marginale e comunque mai completa. Occorrerà quindi attendere per vedere come le condizioni muteranno nei prossimi mesi, quando la politica francese del nuovo Presidente comincerà a farsi vedere. Per quanto riguarda il Trattato, le speranze stanno scemando in maniera visibile. Pochi ormai credono che il lavoro della Convenzione possa rimanere in vita, seppur con delle necessarie migliorie. Molto più evidente è il rischio di una nuova strategia, fatta di piccoli compromessi e di pochi risultati che sostanzialmente lascerà l’Europa in quella situazione di stallo che con 27 paesi membri appare sempre meno gestibile.

Eleonora Faina

Iraq: Iran e America uniti per una soluzione

Gli Stati Uniti hanno chiesto l'intervento dell'Iran per riportare la stabilità nel paese. La richiesta cambia nella sostanza la strategia Usa in Iraq aprendo a nuovi scenari. In seguito alla conferenza tenutasi a Sharm el Sheikh lo scorso 3 maggio, i colloqui fra Iran e Stati Uniti continuano nell'interesse di trovare una soluzione all'escalation di violenze che colpisce l'Iraq. Ad accelerare la necessità dell'incontro che si svolgerà a Baghdad fra i ministri degli esteri di Iran e Stati Uniti si aggiunge il caso del rapimento di tre soldati statunitensi da parte di un gruppo di Al-Qaeda in seguito all'agguato americano in una roccaforte del gruppo terroristico. Al-Quaeda ha lanciato un messaggio dimostrando il suo disappunto riguardo alla nuova alleanza che vede uniti Iran e Stati Unti; l'organizzazione terroristica con il suo gesto ha lasciato intendere che la loro unione non placherà gli scontri ma destabilizzerà maggiormente l'attuale situazione in Iraq.

Nell'attesa che le truppe americane si ritirino dall'Iraq, gli Stati Uniti decidono di cambiare la loro strategia: occorre trovare una possibile soluzione prima di lasciare il paese. Il cambio di tattica lascia intendere che la potenza americana è consapevole di non riuscire a fermare gli scontri, e per poterlo fare necessita dell'appoggio di un paese influente, demograficamente rilevante e capace di essere l'attore più significativo per la stabilizzazione dell'Iraq.

L'Iran è insieme un paese sciita, è un paese confinante con l'Iraq, ma soprattutto sta perseguendo il suo stesso obiettivo: sconfiggere Al-Quaeda e costituire in Iraq una stabilità sufficiente per intraprendere profittevoli relazioni economiche. La strada scelta dal Dipartimento di Stato Americano sembra l'unica possibile per riuscire a portare la stabilità nel paese iracheno, ma la risposta di Al-Qaeda rappresenta solo uno dei numerosi gruppi di insorti presenti sul territorio. Sconfiggerli militarmente o socialmente tutti è oggi uno scenario impossibile. Infatti la soluzione proposta non darà risultati a breve termine, ma garantirà al paese di raggiungere la stabilità nel medio-lungo periodo.

Flavia Perrone
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