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Weekly Analysis: 20/2007

Zimbabwe: un nuovo intervento dell’Unione Africana - Messico: in aumento l’ondata di violenza nei primi mesi del 2007 - Palestina: crisi di governo e fallimento dell’unità nazionale - Pakistan: Benazir Bhutto promette di rientrare in patria - Azerbaijan: nuove prospettive per la Baku – Tblisi – Ceylan?

Equilibri.net (21 maggio 2007)

Zimbabwe: un nuovo intervento dell’Unione Africana

A parziale risposta dell’ennesimo appello presentato dal Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC) con la richiesta di un nuovo e più incisivo summit straordinario dell’Unione Africana (AU), in grado di imporre allo ZANU-PF del Presidente Mugabe una strategia comune per la risoluzione della profonda crisi politica ed economica in cui versa il paese, il Parlamento pan-africano ha deciso di inviare ad Harare una commissione d’inchiesta sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Nel frattempo, la crisi economica non fa che acuirsi e, in seguito alla svalutazione del dollaro zimbabweano da parte della Banca Centrale, nonostante il governo abbia istituito una commissione per contenere l’ascesa dei prezzi, l’inflazione ha toccato il 3.713% (fonte Central Statistical Office). Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) prevede un apice del 6.470% per il dicembre del 2008 (World Economic Outlook, aprile 2007) e una contrazione del PIL pari al 5,7% per la fine del 2007, settimo anno consecutivo di retrocessione economica.

Gli attacchi nei confronti dell’opposizione, in particolare verso l’MDC di Morgan Tsvangirai, dei media, dei giuristi indipendenti e degli attivisti politici continuano a susseguirsi, nonostante le promesse di mediazione, su mandato della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale (SADC) e su richiesta della comunità internazionale, da parte del Sudafrica di Thabo Mbeki. In seguito al summit di Dar es Salam, dove per la prima volta si è ufficialmente discusso della deteriorata situazione politica in Zimbabwe ma dove i leader africani si sono limitati alla mera richiesta di un dialogo politico e di una apertura alla mediazione sudafricana, il Parlamento pan-africano ha deciso di investigare sugli abusi perpetrati dal regime di Mugabe, confermando il sempre maggiore interesse continentale alla risoluzione di una crisi economica che rischia di destabilizzare l’intera regione australe, in primis allontanando gli aiuti allo sviluppo inviati dalla comunità internazionale.

Mentre la timida mediazione intentata dalla SADC attraverso il governo sudafricano non sembra nell’immediato assicurare i risultati attesi, data la ritrosia dell’autoritario ZANU-PF a collaborare in una risposta collegiale alla crisi economica e sociale, l’invio da parte dell’Unione Africana di una commissione d’inchiesta sembra verosimilmente aprire una nuova fase che potrebbe condurre, nel medio termine e come auspicato dall’MDC, alla creazione di un governo di transizione imposto in grado di portare, nel 2008, all’organizzazione di elezioni libere e democratiche supervisionate dalla comunità internazionale. Sarà ora di fondamentale importanza attendere i risultati della commissione e la risposta di uno ZANU-PF sempre più spaccato al suo interno.

Corsini Massimo

Messico: in aumento l’ondata di violenza nei primi mesi del 2007

Dall’inizio del 2007, il Messico sta vivendo l’ondata di violenza interna maggiore della sua storia a causa della “guerra aperta e totale” ai cartelli della criminalità dichiarata dal governo. Dallo scorso gennaio sono oltre mille le persone morte ammazzate; solo il 16 maggio, uno scontro armato tra polizia e narcotrafficanti ha provocato 22 morti nello Stato di Sonora, alla frontiera con gli Stati Uniti. Il governo nazionale ha dispiegato migliaia di poliziotti federali e soldati in una decina di Stati.

La violenza legata all’azione di bande di narcotrafficanti non accenna a diminuire, anzi si registrano nuovi episodi negli Stati di Sonora e nel Nuevo León. Da oltre 4 anni, i cartelli locali si fronteggiano per il controllo della distribuzione di droga (e persone) verso gli Stati Uniti in uno scontro che nel solo 2006 ha lasciato sul campo oltre 2000 vittime. Bisogna considerare che conseguentemente al rafforzamento delle misure di sicurezza alla frontiera con gli USA, i narcotrafficanti messicani si sono impadroniti delle principali vie di ingresso per i clandestini, utilizzandole per trasportare persone e droghe illegalmente. In una conferenza stampa, il Ministro della Sicurezza Pubblica, Genaro García Luna, ha affermato che le autorità statali raddoppieranno i propri sforzi per far fronte a questo preoccupante scenario. Ma nonostante il dispiegamento di militari dello scorso dicembre, l’ondata di violenza sembra inarrestabile.

Il governo dell'ex Presidente Vicente Fox cercò di frenare la violenza con l’attuazione del piano México Seguro, inviando militari e polizia in punti strategici del Paese, ma la misura risultò inadeguata. Il nuovo Presidente, Felipe Calderón, sta attuando la stessa strategia, con scarsi risultati: al momento, l’unica evidenza è la morte di oltre mille persone in meno di sei mesi. La strategia di Calderón di impiegare l’esercito nella lotta al narcotraffico è molto discussa; secondo esperti locali sarebbe più utile migliorare i servizi di intelligence invece di affrontare il crimine organizzato con le loro stesse armi. Il portavoce dell’Alto Commissariato dell’ONU per i Diritti Umani a Città del Messico, Amerigo Incalcaterra, ha pubblicamente messo in dubbio l’opportunità di utilizzare l’esercito in operazioni di ordine pubblico. Ma Calderón ha ribadito l’intenzione di voler andare fino in fondo nella battaglia, assicurando che l’esercito sarà in “prima linea” e facendo appello “all’unità dei Messicani”nella quotidiana lotta alla criminalità.L'involuzione del contesto delle sicurezza in Messico, oltre a rappresentare un punto di scontro tra le varie forze politiche ed istituzionali, costituisce una potenziale minaccia per lo sviluppo economico del Paese, in particolare minandone l'affidabilità nei confronti degli investitori stranieri.

Andrea Donofrio

Palestina: crisi di governo e fallimento dell’unità nazionale

Dopo dieci giorni di combattimenti fratricidi, costati oltre cinquanta morti, Hamas e Fatah hanno confermato domenica 20 maggio il cessate-il-fuoco e proclamato la fine delle ostilità nella Striscia di Gaza. Nella stessa giornata, il gabinetto di sicurezza israeliano ha deliberato un incremento delle operazioni militari nella Striscia di Gaza per colpire le infrastrutture terroriste responsabili dei lanci di missili Qassam effettuati da Hamas contro le città del sud di Israele.

Gli scontri a fuoco fra i miliziani di Fatah ed Hamas sono cominciati venerdì 11 maggio, in occasione della presentazione del piano del Ministro degli Interni Kawasmeh volto ad unificare le forze di sicurezza nell’ANP. Il 14 maggio la notizia delle dimissioni di Kawasmeh ha aggravato ulteriormente la situazione nelle strade: alla crisi di fiducia nei confronti di un governo di unità nazionale inerme ha fatto seguito una spirale di violenza che ha investito anche il sud di Israele. Ai lanci di missili Qassam sulla città di Sderot l’esercito israeliano ha risposto con raid aerei aventi principalmente per obbiettivi esponenti di Hamas. Le dimissioni di Kawasmeh, uno dei ministri indipendenti della compagine governativa, sono sintomatiche del perdurare dell’anarchia nella Striscia di Gaza, diretta conseguenza del fallimento di un governo di unità nazionale il quale non è riuscito a risolvere le due questioni prioritarie che ne hanno giustificato la creazione: lo sblocco dei fondi internazionali e la sicurezza interna. Peraltro, malgrado i ripetuti tentativi di creare un clima di dialogo, tanto Abu Mazen quanto Haniyah sembrano non avere più il controllo delle proprie fazioni, al punto che è difficile stabilire per quanto tempo le tregue annunciate possano realmente essere rispettate.

A fronte di tali circostanze, l’intensificazione dei raid aerei dell’IDF a Gaza non costituisce preludio necessario ad una operazione militare su larga scala da parte di Israele, come si era paventato nel fine settimana, soluzione che avrebbe fra l’altro conseguenze estremamente negative. Non è però escluso un intervento delle Nazioni Unite, che i leaders di Hamas e Fatah, alle prese con problemi analoghi nella gestione delle milizie in campo, potrebbero preferire alla presenza dei carri israeliani nei territori occupati.

Giovanni Faleg

Pakistan: Benazir Bhutto promette di rientrare in patria

La leader del Pakistan Peoples Party (PPP) Benazir Bhutto, ex-primo ministro del Pakistan attualmente in esilio, ha dichiarato di essere fermamente intenzionata a rientrare nel paese per partecipare alle elezioni previste per fine anno (già slittate prima ad ottobre e poi a novembre). Il presidente Pervez Musharraf ha escluso che sia consentito alla Bhutto e a Nawaz Sharif (anch'esso ex-primo ministro in esilio e capo della Pakistan Muslim League - Nawaz) di rientrare in Pakistan. Entrambi i leader dell'opposizione potrebbero essere arrestati se rientrassero. Nawaz è già stato condannato alla prigione a vita con diverse accuse (tra cui corruzione e terrorismo), mentre sulla Bhutto pendono alcune cause per corruzione.

La decisione di Benazir Bhutto, che porterebbe quasi certamente ad un rientro in Pakistan anche di Nawaz Sharif, suo alleato politico in base ad un patto stretto tra i due lo scorso 14 maggio a Londra, sembra indicare il fallimento di Musharraf nel tentativo di trovare un accordo con il PPP. Nei giorni scorsi il Presidente avrebbe infatti proposto alla Bhutto un accordo secondo il quale le sarebbe stato permesso il rientro in patria e di partecipare alle elezioni, in cambio di supporto alla proposta di rielezione di Musharraf prima delle elezioni politiche. Il Presidente, sicuro di una sconfitta politica alle urne, vorrebbe infatti essere rieletto dall'attuale Parlamento per altri 5 anni e rimanere in carica come capo dell'Esercito. La sospensione del capo della corte suprema Iftikhar Mohammad Chaudhry, che ha portato a continue e violente proteste in tutto il Pakistan, è stata decisa da Musharraf proprio per evitare l'opposizione alla sua istanza (considerata anticostituzionale) da parte del potere giudiziario.
Benazir Bhutto, che in un primo tempo sembrava valutare positivamente l'offerta di Musharraf, sembra a questo punto abbia preso la decisione di opporsi frontalmente al Presidente, scelta probabilmente dettata dal fatto che Nawaz Sharif non avrebbe accettato di supportare Musharraf, lasciando dunque la Bhutto senza i numeri per una vittoria alle elezioni.

L'accordo Musharrf-Bhutto sembrava l'unica via per una soluzione “quasi regolare” della crisi. Adesso più che mai il futuro di Musharraf è legato al supporto dei militari e non è da escludere che il presidente tenti un nuovo colpo di stato annullando le elezioni (che saranno comunque quasi certamente rinviate ancora una volta). La violente proteste di piazza e la chiamata alla jihad contro il governo da parte dei movimenti estremisti islamici potrebbero però aver compromesso la capacità di Musharraf di controllare il paese a tal punto da far valutare ai militari l'opportunità di spostare il proprio supporto ad un nuovo learder.

Desk Asia

Azerbaijan: nuove prospettive per la Baku – Tblisi – Ceylan?

Secondo il ministro per l’industria e dell’energia di Baku, nonostante la conferma che la maggior parte del greggio kazako verrà esportato via-Russia, non è da escludere che una parte di esso potrà transitare verso Occidente via-Azerbaijan. Del resto, è stato lo stesso presidente della compagnia di stato kazaka KazMunaiGas a confermare una tale eventualità. Nel gennaio di quest’anno la compagnia avrebbe infatti siglato un accordo per un progetto da 3 miliardi di $ con numerose compagnie internazionali, per consentire l’esportazione di petrolio kazako attraverso la Baku-Tblisi-Ceylan.
Nonostante le dichiarazioni della compagnia petrolifera nazionale lo stesso presidente Nazarbaev ai margini di un summit con Putin ha dichiarato che la maggior parte del petrolio kazako se non la totalità di esso continuerà ad essere esportata via-Russia. Lo scorso anno ad esempio il Kazakhstan ha esportato 52,3 milioni di tonnellate di greggio, di cui l’80 % è transitato via-Russia. Inoltre pochi giorni fa è stato siglato un accordo tra il presidente russo, il suo omologo turkmeno e quello kazako sul trasporto di gas dal Turkmenistan e dal Kazakhstan via-Russia. L’accordo dovrebbe essere ufficializzato in settembre e prevede da un lato la ristrutturazione di vecchie infrastrutture sovietiche e dall’altro la creazione di nuove. Anche l’Uzbekistan verrebbe ad essere interessato dall’accordo perché una parte del gasdotto sarà installata sul suo territorio. Il Turkmenistan è il maggior produttore di gas dell’Asia centrale, e con la sigla dell’accordo la Russia si confermerà per molti anni come il primo esportatore di gas del pianeta. Per questa ragione Mosca è stata accusata di porre in atto un vero e proprio imperialismo energetico. Per le autorità russe e turkmene, al contrario, il progetto comporterebbe talmente tanti rischi sia ecologici che economici dal rendere impossibile per un organismo economico farsi carico dell’operazione.
I risultati prodotti dalla strategia russa in Asia Centrale hanno per ora frustrato i tentativi di Stati Uniti ed Unione Europea, come anche della Cina, di consentire l’esportazione delle risorse petrolifere dell’Asia centrale evitando il territorio russo. L’obiettivo di aumentare la quota di greggio del Caspio che transita attraverso la BTC escludendo quindi la Russia si scontra con i tentativi di Mosca di legare a sé i paesi esportatori ex sovietici. E’ recente infatti l’annuncio della Gazprom di aver acquistato la metà dei gasdotti bielorussi. D’altro canto, l’Occidente deve anche fare i conti con il “no” iraniano ad utilizzare la BTC per il trasporto del proprio greggio. Inoltre,sia Teheran che Mosca hanno per ora escluso la possibilità della creazione di un gasdotto che possa trasportare combustibile sotto il mar Caspio, progetto questo fortemente sponsorizzato dagli USA.
Felice Di Leo
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