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Weekly Analysis: 22/2007

Americhe: la nomina del nuovo presidente della Banca Mondiale - Senegal: la BIS allarga lo spazio di manovra in Africa - Sud-Est Asiatico: la possibile decongestione dello stretto di malacca - Islanda: cambia rotta la politica del Paese con il rimpasto del governo - Libano: il Consiglio di Sicurezza approva la creazione del Tribunale speciale

Equilibri.net (04 giugno 2007)

Americhe: la nomina del nuovo presidente della Banca Mondiale

Il presidente americano George W. Bush ha nominato Robert Zoellick candidato ufficiale alla presidenza della Banca Mondiale dopo le dimissioni dell’ex presidente Paul Wolfowitz, che lascerà l’incarico il 30 giugno. Prima della fine di giugno il Board della Banca Mondiale voterà la nomina del nuovo presidente che è attualmente managing director della banca di investimenti Goldman Sachs. Dopo essere stato uno dei protagonisti nelle trattative per la riunificazione delle due Germanie, nel 2000 Zoellick ha partecipato alla stesura del programma di politica estera dell’attuale presidente statunitense e dal 2001 al 2006 è stato responsabile per i negoziati commerciali. Durante la carriera di negoziatore commerciale per il Governo di Washington ha concluso accordi bilaterali con Cile, Singapore, Australia e Marocco e l’unico incarico che non è riuscito a portare a termine riguarda la conclusione del Doha Round del WTO.

Dopo la rielezione del presidente Bush, Zoellick è stato nominato vicesegretario di Stato e ha curato personalmente il riavvicinamento dei rapporti tra l’amministrazione americana e alcuni partner europei che si erano schierati contro la decisione statunitense riguardante l’inizio delle operazioni militari in Iraq. I più critici riguardo alla scelta di Bush di nominare Zoellick alla guida dell'organizzazione finanziaria internazionale, hanno fatto notare che la sua carriera non è segnata solo da successi come la Casa Bianca ha voluto sottolineare nei comunicati di presentazione della nomina. Zoellick ha fatto parte dell’advisory board della Enron, il colosso industriale statunitense al centro di uno dei peggiori scandali finanziari di tutti i tempi, e che sia stato insieme con Wolfowitz e Rumsfeld uno dei cofirmatari di una lettera inviata all’ex presidente Clinton in cui si invitava l’amministrazione a non risparmiare nessuno sforzo diplomatico, politico e militare per rimuovere Saddam Hussein. Alcune fonti interne alla Banca Mondiale vedono nell’avvicendamento tra Wolfowitz e Zoellick la volontà dall’amministrazione Bush di non operare reali cambiamenti nella direzione dell’istituzione internazionale creata con gli accordi di Bretton Woods.

Simone Comi

Senegal: la BIS allarga lo spazio di manovra in Africa

 Nel summit annuale della Banca Islamica di Sviluppo (BIS), tenutosi a fine maggio a Dakar, più della metà dei finanziamenti sono stati destinati a progetti di sviluppo africani. Con questa ampia apertura di linee di credito a favore dell’Africa la BIS, che sostiene la crescita economica e sociale dei paesi membri e delle comunità musulmane nei paesi non membri in base ai principi della shari'ah, si inserisce nei circuiti del sostegno socio-economico per accedere ai processi decisionali degli Stati africani fruitori dei finanziamenti.  Il Consiglio di amministrazione della Banca ha approvato in tutto 3 progetti di sviluppo e 7 operazioni commerciali: la metà dei fondi (370 milioni di dollari su 651,9) è stata accreditata ai paesi africani. Nello specifico, il Marocco si assicura 150 milioni di dollari, l’Egitto 126 milioni, la Nigeria beneficia di 25 milioni, il Benin di 21 milioni, il Sudan di 13,7 milioni, il Senegal e la Sierra Leone di 10,4, il Mozambico di 10,3, mentre altri paesi ottengono stanziamenti minori. Il gotha dell’alta finanza islamica con sede a Gedda (Arabia Saudita) e con un capitale sociale di 45 miliardi di dollari, ha inaugurato in Senegal una nuova fase della propria politica bancaria che permette alla potente rete mondiale della cooperazione islamica di penetrare con più forza e capacità di influenza nei sistemi di decision making africani. Questo nuovo African step si inserisce in un contesto generale di pressione internazionale sui paesi africani da parte sia di istituzioni finanziarie (FMI e BM), sia di singoli Stati (USA, Cina, India nella corsa alle risorse energetiche) riguardo a scelte di politica economica e di schieramento politico-diplomatico. In più, in seno al continente la BIS si proietta a rappresentare un luogo di avvicinamento e di confronto tra i paesi africani a maggioranza musulmana o con importanti comunità islamiche nel proprio tessuto sociale. La Banca è, infatti, un luogo privilegiato attraverso cui i paesi che condividono uno stesso credo religioso possono darsi sostegno e creare una rete di solidarietà con riverberi nelle scelte politiche. La finanza islamica, già base importante di finanziamento e micro-credito nelle società arabe, mostra attraverso il meeting di Dakar di voler entrare, anche se in ritardo, a pieno titolo nella rinascita geopolitica e geoeconomica del continente africano cominciata con l’emersione su scala globale della questione energetica, la quale ha fatto rimbalzare l’Africa in primo piano nelle agende politiche delle superpotenze economiche mondiali.

Alessio Fabbiano

Sud-Est Asiatico: la possibile decongestione dello stretto di malacca

La rotta petrolifera per la quale passa metà della quantità totale di combustibile fossile trasportata ogni giorno, potrebbe subire un consistente processo di decongestione. Infatti lo Stretto di Malacca, la sottile striscia marina che divide l’isola indonesiana di Sumatra dalla penisola della Malaysia, è la via di transito principale a livello internazionale per quanto riguarda il petrolio. Esso costituisce, grazie alla sua strategica collocazione, un punto geografico estremamente delicato, che permette ad importanti nazioni dipendenti dalle importazioni di greggio per mare di ricevere giornalmente milioni di barili.

Le problematiche legate a questo stretto passaggio, largo appena tre chilometri nella sua parte più stretta vicino a Singapore, sono vistosamente cresciute negli ultimi anni. Dal punto di vista della logistica, esso appare sempre meno adeguato a sostenere il transito di volumi petroliferi, costantemente crescenti per effetto del rapido aumento della domanda cinese. Per quanto attiene alla sicurezza, da più parti si constata il rischio geopolitico ed economico comportato da una chiusura inaspettata dello Stretto. Inoltre sono frequenti gli assalti della criminalità organizzata alle imbarcazioni al fine di saccheggiarne il carico.Da queste considerazioni nasce la necessità di diversificare una rotta marittima per molteplici motivi oramai insufficiente. A questo scopo un consorzio formato da compagnie provenienti da Indonesia, Malaysia ed Arabia Saudita ha formalizzato un contratto per la costruzione di un oleodotto approssimativamente lungo 300 chilometri. Il progetto dovrebbe essere completato in un arco temporale di 7 anni ed estendersi sulla penisola della Malaysia, la quale costituisce la sponda settentrionale dello Stretto di Malacca.

Una volta terminato, l’oleodotto dovrebbe alleggerire di un terzo il traffico che ora affolla il passaggio obbligato per il petrolio proveniente dal Medio Oriente e diretto in Asia. Le conseguenze potrebbero essere particolarmente vantaggiose per alcuni paesi, come la Cina e il Giappone, i quali vedrebbero facilitate le operazioni relative all’approvvigionamento di combustibili fossili.

Michele Tempera

Islanda: cambia rotta la politica del Paese con il rimpasto del governo

Il Partito Progressista, come annunciato, è uscito dalla maggioranza di governo perché insoddisfatto dagli ultimi risultati elettorali del 12 maggio. Il Partito Indipendente (PI) si è unito ai Socialdemocratici, prima all’opposizione, per formare una nuova coalizione di governo. Il 24 maggio, il Presidente dell’Islanda, Ólafur Ragnar Grímsson, ha accettato la proposta del Primo Ministro Geir H. Haarde inerente la composizione del suo secondo governo: comprende sei membri del Partito Indipendente e sei del Partito Socialdemocratico.

Nella dichiarazione del Governo sulle priorità della sua azione appaiono forti i riferimenti socialdemocratici all’uguaglianza sociale, alla salute, alla scuola; ma anche all’immigrazione, all’Unione Europea e all’ambiente. Proprio su quest’ultimo punto il governo dichiara di voler redigere un piano ecologico, entro la fine del 2009, che combatta le emissioni di gas nocivi, conservi le aree protette e rispetti i valori delle temperature geotermiche del territorio. Fino a quel momento tutte le iniziative che potrebbero intaccare la natura richiedono un permesso parlamentare. La disputa sul progetto delle fonderie Fjardaal del gruppo ALCOA sembra vinta dai Socialdemocratici. Gli studi di fattibilità già fatti con il precedente governo di Haarde vanno rivisti e l’inizio dei lavori è rinviato.

Rilevante sarà capire gli orientamenti in politica estera, considerando che Ingibjörg Sólrún Gísladóttir, leader dei Socialdemocratici, è divenuta Ministro degli Affari Esteri. Al contrario del PI, il suo partito si è pronunciato a favore di una futura entrata nell’Unione Europea e ciò potrebbe ribaltare la posizione pro-USA della vecchia legislatura di Haarde. L’unico rischio per il Paese è che il rimpasto del governo, in bilico tra le priorità di centrodestra e centrosinistra, potrebbe frenare la crescita di questi anni.

Gianfranco Brusaporci

Libano: il Consiglio di Sicurezza approva la creazione del Tribunale speciale

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato mercoledì scorso la Risoluzione 1757 che istituisce il Tribunale Speciale per il Libano. Questa Corte Penale Internazionale dovrà giudicare gli imputati nell’omicidio dell’ex-primo ministro Rafiq al-Hariri e in altri casi che potrebbero essere ad esso collegati.

La creazione di un tribunale misto (composto sia da giudici libanesi sia da giudici di altri paesi) ha costituito un argomento di intenso dibattito politico negli ultimi mesi. Una crescente polarizzazione ha visto contrapporsi la coalizione del 14 Marzo e il governo di Foaud Siniora, da un lato, e le forze di opposizione (sostenute più o meno esplicitamente dal presidente del parlamento Nabih Berri e dal presidente uscente della repubblica Émile Lahoud), dall’altro. Proprio la situazione di stallo avrebbe spinto il Consiglio di Sicurezza (e, in particolare, Francia e Stati Uniti) a scavalcare le dinamiche politiche e istituzionali libanesi e a votare, in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, l’istituzione di un tribunale penale internazionale. Il parlamento libanese ha tempo fino al 10 Giugno per gli adempimenti necessari alla ratifica della risoluzione.

La notizia è stata accolta con grande enfasi dagli esponenti della coalizione del 14 Marzo, mentre Hezbollah ha rilasciato una dichiarazione molto dura, in cui ha dichiarato la risoluzione “illegale”, “una aggressione negli affari interni” libanesi e una violazione dei principi della carta dell’ONU. Appare difficile prevedere che si possa giungere a una riconciliazione delle posizioni tra i differenti gruppi, tanto più che la situazione rimane molto tesa perché lo scontro tra esercito libanese e fazioni radicali palestinesi rischia di estendersi dal campo di Nahr al-Bared a quello di Ain al-Hilweh. La Siria potrebbe poi ribadire la sua posizione di rifiuto di far giudicare propri cittadini da un tribunale internazionale. Rimane aperto il problema della implementazione delle decisioni della corte, in particolare per ciò che riguarda la possibile irrogazione di sanzioni penali.

Francesco Mazzucotelli
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